Il regime fascista e l’antisemitismo1

Dall’unità d’Italia alla creazione dell’Italia fascista non vi è sostanzialmente traccia di antisemitismo. L’atteggiamento degli ebrei italiani e in particolare degli intellettuali è di sostanziale partecipazione incondizionata ed entusiasta alla vita nazionale. Gli ebrei italiani sono quasi tutti patrioti, spesso più di altri, come abbiamo potuto vedere nel precedente articolo “Gli ebrei italiani”. In sostanza, essi si sentono e sono italiani a buon diritto. L’ascesa del fascismo non modificherà questo comune sentire della comunità ebraica italiana2.

In Italia l’antisemitismo risulta limitato ad ambienti molto ristretti e socialmente arretrati e non va oltre i banali luoghi comuni tradizionali: l’ebreo “tirchio”, l’ebreo “sporco”, l’ebreo “affarista”.
Secondo lo storico De Felice3, tanto il pensiero popolare quanto la cultura in Italia non sono mai state fortemente condizionate da sentimenti razzisti e antisemiti. Questo spiega perché nel 1938, quando il fascismo lancia la politica della razza e vuole creare una “coscienza razziale” agli italiani, i suoi sforzi, sebbene orchestrati con enormi mezzi e una propaganda potente, cadono di fatto nel vuoto e non trovano che “pochi scialbi e spesso prezzolati ripetitori4“.
Va sottolineato che prima di quell’anno, le manifestazioni di antisemitismo in Italia sono state rare e occasionali, diversamente da quelle verificatesi in Germania, in Polonia e in Russia.
A sua volta, il movimento fascista non manifesta una posizione ufficiale sulla questione ebraica. Solo alcuni esponenti del regime rivelano un sentimento antisemita nel loro pensiero, a partire da Benito Mussolini.

Le posizioni di Mussolini su antisemitismo e fascismo

Antonio Spinosa scrittore e storico ha sottolineato, dopo un’attenta analisi degli articoli pubblicati a firma di Mussolini dal 1910, che nelle dichiarazioni del duce si può trovare tutto e il contrario di tutto, atteggiamenti filosemiti e posizioni antisemite5.

Mussolini non ha pregiudizi antisemiti6 e inizialmente il fascismo non ha bisogno di un antisemitismo di Stato, contrariamente a quello che succederà in Germania.
Mussolini dà il suo contributo a pubblicazioni fatte da ebrei ed ha tra i suoi amici e collaboratori anche più intimi diversi esponenti dell’ebraismo. Tra loro, ad esempio, troviamo la condirettrice della rivista fascista “Gerarchia” Margherita Sarfatti, la russa Angelica Balabanoff e l’avvocato Ermanno Jarach.
Addirittura, fra i Sansepolcristi vi sono ebrei, uno di questi è Cesare Goldman. Goldman procura la sala, presso l’associazione industriali, dove si svolge il battesimo del movimento fascista, il 23 marzo 1919 in piazza San Sepolcro a Milano7.

antisemitismo fascista
Margherita Sarfatti, “Dux”, Mondadori, Milano,1930 – La biografia agiografica di Mussolini.

Nonostante ciò, Mussolini si lascia andare in questi anni a dichiarazioni contrastanti riguardo agli ebrei.
Il 4 giugno 1919, sul Popolo d’Italia in risposta alla domanda se il bolscevismo non fosse “una vendetta dell’ebraismo contro il cristianesimo”, il Duce afferma: “In Russia l’ottanta per cento dei dirigenti dei Soviet sono ebrei e a Budapest, su 22 commissari del popolo, ben 17 sono ebrei” e sostenendo che “La finanza dei popoli è in mano agli ebrei”.
Nel 1920, egli però sostiene che “Il bolscevismo non è un fenomeno ebraico” e il 19 ottobre del 1920 scrive su Il Popolo d’Italia che “L’Italia non conosce l’antisemitismo e crediamo che non lo conoscerà mai”.

La questione ebraica dopo i patti Lateranensi

In occasione della firma dei Patti Lateranensi il 13 maggio 1929, Mussolini pronuncia alla Camera un discorso in cui afferma “… è ridicolo pensare che si debbano chiudere le sinagoghe”.
Circa un anno dopo la firma del Concordato, con il R.D. n. 1731 del 30 ottobre 1930, il regime fascista conferisce un nuovo assetto alle comunità israelitiche italiane, definendole come corpi morali che provvedono al soddisfacimento dei bisogni religiosi degli israeliti secondo la legge e le tradizioni ebraiche e sottoponendole alla vigilanza del Ministero della Giustizia e per il Culto.

Neanche l’ascesa al potere di Hitler, nel 1933, muta l’atteggiamento di Mussolini verso gli ebrei.
A più riprese egli stigmatizza il razzismo nazista8. Nel marzo 1933, quando il nazismo lancia il proclama contro gli ebrei, l’ambasciatore italiano a Berlino, Cerutti induce Mussolini a comunicare a Hitler che la lotta agli ebrei “non rafforzerà il nazionalsocialismo all’interno e aumenterà la pressione morale e le rappresaglie economiche del giudaismo mondiale”.
Nell’aprile 1933, Mussolini ammonisce Hermann Goering e Franz von Papen, “… affinché cessino in Germania le persecuzioni contro gli ebrei”.

Dunque, i rapporti tra l’Italia fascista e la comunità ebraica sono buoni non c’è antisemitismo. Tra il 1928 e il 1933 si iscrissero al partito fascista 4920 ebrei, oltre il 10% della popolazione ebraica presente in Italia. Gli ebrei partecipano al generale entusiasmo per l’impresa africana e numerosi sono coloro che partono volontari.

Nel settembre del 1937 il Duce dichiara che gli ebrei italiani non costituiscono un problema paragonabile a quello dei sudditi di colore africani dell’Italia. Questo dimostra che la preoccupazione principale per i fascisti è quella di farsi rispettare dalle popolazioni indigene e consolidare la dominazione anche sulle basi di una vera e propria questione razziale.

Le posizioni cambiano: il fascismo diventa antisemita

Verso la fine del 1937 la situazione cambia e il fascismo comincia a diventare antisemita. Si moltiplicano con toni sempre più accesi le pubblicazioni antisemite.

Paolo Orano9 pubblica uno scritto che deplora con tono pacato ma minaccioso la permanenza di un’identità ebraica separata all’interno del corpo nazionale. Ne fa seguito su Il Popolo d’Italia, considerato il giornale personale del Duce, una recensione che allarma seriamente la comunità ebraica: “Si considerano, essi, ebrei in Italia o ebrei d’Italia? Si sentono ospiti del nostro paese, oppure parte integrante della popolazione?”.

Per la prima volta, nell’agosto del 1937, ribaltando le posizioni fino a quel momento sostenute, Mussolini dà assicurazione al Ministro degli Esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop di “aver intrapreso una campagna antisemita assai decisa e sempre più intensa” affidata a Telesio Interlandi, che di lì a breve assunse la direzione della Rivista “La difesa della razza”.
A Berlino nel settembre del 1937, Mussolini dà l’impressione ai tedeschi di accettare l’Anschluss dell’Austria in cambio di un rafforzamento dell’Asse e conferma l’avvio in Italia di politiche antisemite10.
Nel novembre del 1937 è in atto una campagna antisemita guidata dall’on. Farinacci, con il sostegno di due organi di stampa, il Tevere e il Quadrivio con l’assistenza del Ministero della Cultura popolare.
Anche la grande stampa si unisce in un’azione di propaganda contro gli ebrei: sono taciute tutte le notizie a loro favorevoli in tutti i campi e sono espresse ampie critiche al loro operato.
Ma è con il viaggio di Hitler a Roma nel maggio 1938 che la politica razziale diventa una forma di pegno pagato da Mussolini al dittatore nazista per lanciare e consolidare l’alleanza militare italo-tedesca e per renderla granitica. L’alleanza con i tedeschi andrà consolidandosi di pari passo con la condivisione della loro politica razzista.

Dal “Manifesto della razza” alle leggi razziali

Il Manifesto degli scienziati razzisti meglio noto come “Manifesto della razza” è pubblicato originariamente in forma anonima sul Giornale d’Italia il 14 luglio 1938 col titolo “Il Fascismo e i problemi della razza”.
Successivamente, il 25 luglio 1938, esce un comunicato stampa a firma di Starace (Segretario generale del Partito Nazionale Fascista). Il comunicato cerca di contestualizzare e motivare il decalogo razzista e attribuisce a 10 scienziati l’elaborazione del testo.

Il Manifesto, corredato del comunicato di cui sopra, viene ripubblicato sulla rivista “La difesa della razza” del 5 agosto 1938. Il giorno stesso, nella nota “Informazione diplomatica 18”, Mussolini difende l’originalità della posizione razziale italiana, sorta a suo dire fin dal 1919: nessuna imitazione o sottomissione rispetto alle politiche razziali della Germania.
Inoltre, nel documento il Duce ribadisce che la conquista dell’impero lo costringe ad uscire allo scoperto in materia razziale, ma il “Manifesto” chiarisce che insieme agli arabi e gli etiopici, anche gli ebrei devono essere considerati una razza inferiore e questi cittadini italiani non sono certo “sudditi africani”.

Antisemitismo fascista
“Il razzismo italiano data dall’anno 1919” – “Il Popolo d’Italia”, 26 agosto 1938 – Biblioteca nazionale, Firenze

Poco tempo dopo saranno emanate le leggi razziali, un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi rivolti prevalentemente contro le persone della minoranza ebraica.

La nascita del fascismo antisemita è probabilmente da attribuire ai giorni trascorsi da Mussolini in Germania nel 1937, dove è probabile che intravide la potenziale utilità politica dell’antisemitismo.
In seguito, tenterà di discolparsi accusando i tedeschi di avere esercitato pressioni su di lui per spingerlo a adottare una politica razziale, ma questa affermazione non ha un supporto probatorio.
Sembra preferibile ritenere che si tratti di una spontanea decisione di solidarietà con il nazismo, una mossa concepita puramente come tattica, per cementare l’alleanza militare italo-tedesca.


  1. Le informazioni di questo testo sono state rielaborate da un importante lavoro di documentazione, raccolta in un saggio sul “Manifesto degli scienziati razzisti del 14 luglio 1938”, a cura del servizio Studi, Documentazione e Biblioteca del Quirinale. ↩︎
  2. Giorgio Israel e Pietro Nastasi, op. cit., pag. 172 ↩︎
  3. Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi 1961 ↩︎
  4. De Felice, R., op.cit.pag. 26 ↩︎
  5. Giorgio Israeli e Pietro Nastasi op. cit. pag 192 ↩︎
  6. Anche Montanelli-Cervi, l’Italia dell’Asse ↩︎
  7. De Felice, op. cit. ↩︎
  8. De Felice op. cit. ↩︎
  9. Paolo Orano “Gli ebrei in Italia”, casa editrice Pinciana, 1937 ↩︎
  10. Ciano, IV, G. Ciano, L’Europa verso la catastrofe, Milano, 1947. ↩︎

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