Tempo di lettura stimato: 6 minutes

I problemi di sussistenza del ghetto.

Nella concezione nazista del ghetto, la segregazione occupa un posto fondamentale.
I contatti personali oltre i cancelli del ghetto sono severamente ridotti, o completamente vietati. I legami materiali con l’esterno sono essenziali: una banca, un ufficio postale ed alcune linee telefoniche.
Anche nel quartiere ebraico più esteso, essi non si trovano mai a più di qualche minuto di cammino da un muro o da una barriera. Di giorno continuano a portare la stella gialla e la sera, dopo il coprifuoco, devono rimanere chiusi nelle loro case. Possiamo tranquillamente affermare che gli abitanti del ghetto sono fisicamente prigionieri.

Con l’istituzione del ghetto, i tedeschi raggiungono l’obbiettivo di sbarazzarsi della gestione amministrativa degli ebrei, facendola ricadere sulla comunità ebraica e su i Consigli ebraici.

Inoltre, almeno inizialmente i tedeschi non si preoccupano del problema della sussistenza alimentare del ghetto. Probabilmente nel 1940-41 nessuno dei dirigenti nazisti pensa che i ghetti possano durare anni.

Dopo l’esperienza della costituzione del ghetto di Lodz nell’aprile 1940, i nazisti capiscono immediatamente che il problema della sopravvivenza degli abitanti dei ghetti è reale. Depredati dei loro beni e delle attività produttive, segregati nel ghetto, essi dipendono esclusivamente dal mondo esterno. Per questo motivo i tedeschi individuano immediatamente la “soluzione” forniranno cibo in cambio di lavoro.

Lavoro coatto
Uomini ebrei eseguono lavori forzati scavando sul ciglio di una strada a Debrecen.

Il cibo come arma di controllo.

Il lavoro degli ebrei è ovviamente sottopagato: il salario quotidiano di un lavoratore ebreo nelle officine tedesche è di 2 sloty e un chilo di pane ne costa 27 nel giugno del 1941.

Pur di sopravvivere gli abitanti del ghetto danno fondo alle poche ricchezze rimaste, ma ovviamente chi possiede qualcosa è una minoranza e la maggioranza non ha nulla.
Nel tentativo di riequilibrare questa situazione i dirigenti dei ghetti impongono tasse: sulle razioni di pane, sulle persone esentate dal lavoro, sugli affitti, sui funerali, ecc.
E’ il loro infelice tentativo di ridistribuire le ricchezze rimaste.

Dall’altra parte, i tedeschi consegnano il cibo agli Judenrat che a loro volta lo ripartiscono. In questo passaggio le ineguaglianze si moltiplicano.
E’ una disperata lotta per la sopravvivenza e in questa lotta a vincere sono i funzionari degli Judenrat, i poliziotti della polizia ebraica e chiunque possiede denaro.
Il cibo, infatti, non viene distribuito gratuitamente, ma razionato e a pagamento. Chi non ha un lavoro non ha in cambio cibo ed è destinato alla morte.

Gli ebrei non devono uscire vivi dal ghetto.

Qualsiasi tentativo di ridistribuzione della ricchezza, da parte dei Consigli ebraici, risulta vano e i ghetti sono sempre in deficit.
Lo sanno bene anche i tedeschi, che dosano con rigorosa precisione gli aiuti alimentari e materiali ai Consigli Ebraici, nella convinzione di riuscire a mantenere in equilibrio l’ordine e la sopravvivenza nel ghetto.

In realtà per i tedeschi gli ebrei non devono uscire vivi dal ghetto.
Il loro unico scopo è massimizzare lo sfruttamento della manodopera a buon mercato e con un lento stillicidio annientare tutta la popolazione ebraica dei ghetti.

In maniera sistematica i tedeschi confiscano i beni ebraici, proibiscono l’importazione di generi alimentari e infine consegnano la forza lavoro ebraica nelle mani di industriali che pagano somme irrisorie rispetto ai veri salari dell’epoca.

Il risultato finale è la fame nei ghetti. Una fame continua e lacerante che prima favorisce l’insorgere di tutta una serie di malattie, e poi conduce alla morte i più deboli: gli anziani e i bambini.

Ghetto fame
Polonia, Ghetto di Varsavia. Bambini seduti davanti alla vetrina con il cartello “Prodotti propri. Confetteria” – fonte Bundesarchiv

La fame nei ghetti è pianificata

Nel 1941, la razione ufficiale di un ebreo del ghetto corrisponde al 7,5% di quella normale, cioè meno di 200 calorie. Quella quotidiana di pane, nello stesso anno, oscilla tra i 70 e i 250 grammi .
Mentre i salari del Governatorato generale raddoppiano i prezzi degli alimenti aumentano di 27 volte.
Il costo del pane sul mercato nero ad aprile del 1941 è di 7 sloty al kg. e passa a 27 sloty nel mese di giugno: il salario quotidiano di un lavoratore ebreo è di 2 sloty.

L’approvvigionamento è scientificamente mirato per affamare. Nel ghetto di Minsk, alla fine di agosto del 1941, la razione settimanale di pane è di 875 g. e di 100 g. di farina a persona.

Da ciò deriva un anomalo tasso di mortalità per malattie legate alla sottoalimentazione, come il rachitismo, l’indebolimento osseo, la necrosi dei tessuti, edemi e diarree che portano alla morte. A questi vanno aggiunti la cecità notturna, la pellagra, l’anemia, i disordini neurologici e l’amenorrea (l’80% delle donne del ghetto ne sono afflitte).

Prima della guerra, presso la comunità ebraica di Lodz, la mortalità era dello 0,96%. Questa sale a 7,57% nel 1941 e al 15,98% nel 1942 (escludendo le deportazioni). Fra il 1940 e il 1944, quasi 50.000 reclusi del ghetto muoiono per inedia, freddo e malattie.

Ghetto malattie
Polonia, Ghetto di Varsavia. – Ragazzo che guarda attraverso una finestra di vetro rotonda di una porta, sopra un cartello “Tifo. L’entrata e l’uscita è severamente vietata” – fonte Bundesarchiv