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Esclusione degli ebrei dalla cultura.

Il 10 maggio del 1933 le associazioni studentesche tedesche, sostenute dai membri del Partito Nazista, organizzano raduni pubblici in tutto il paese, durante i quali bruciano libri “Bücherverbrennungen” scritti da Ebrei, da oppositori politici e da intellettuali liberali. Gli studenti annunciano la purificazione di tutte le biblioteche tedesche dai libri considerati “non germanici”. Decine di migliaia di libri sono dati alle fiamme, davanti agli occhi di esponenti politici nazisti, professori, studenti e altre migliaia di sostenitori. Quella notte, solo a Berlino, saranno più di venticinque mila i libri bruciati.

«Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini.»
Almansor, 1823, Christian Johann Heinrich Heine

Tra le opere date alle fiamme ci sono i libri dei massimi teorici ed esponenti letterari del socialismo, da Karl Marx a Bertold Brecht. Anche gli autori stranieri quali Ernest Hemingway e Jack London sono tra questi e gli scrittori tedeschi avversi al nazismo come Thomas Mann, Erich Kästner, Heinrich Mann e Ernst Gläser.
Bibbie e pubblicazioni dei Testimoni di Geova sono bruciate, la biblioteca e gli archivi dell’Istituto per la Scienza della Sessualità segue la stessa fine.
Quest’ultimo è colpevole, agli occhi dei nazisti, per le sue posizioni liberali nei confronti dell’omosessualità e della transessualità. Ci sono, ovviamente, le esclusioni dei i libri di autori ebrei, tra i quali Franz Kafka, Arthur Schnitzler, Franz Werfel, Max Brod e Stefan Zweig. Tutta la cultura che i nazisti considerano anti-tedesca per motivi politici e razziali è bruciata: la lunga storia del fanatismo ha raggiunto nella Germania nazista il suo apice.

E’ costituito l’Ente per la Letteratura, la Stampa, la Radio, il Teatro, il Cinema, la Musica e le Arti. La nascita dell’ente nega agli Ebrei il diritto di farne parte, di fatto escludendoli da qualunque impiego nel settore delle arti e della cultura e la legge sull’editoria “Schriftleitergesetz” proibisce ai “non-Ariani” di lavorare in campo giornalistico.

Esclusione degli ebrei dal lavoro

La prima disposizione a ridurre in modo significativo i diritti dei cittadini ebrei è la Legge per il rinnovo dell’Amministrazione Pubblica. I funzionari e impiegati pubblici ebrei, insieme a quelli giudicati “politicamente inaffidabili”, devono venire esclusi dalle cariche e dalle funzioni pubbliche. Il nuovo Codice della Pubblica Amministrazione costituisce la prima formulazione, da parte delle autorità tedesche, di quello che sarebbe poi diventato il cosiddetto Paragrafo Ariano, un regolamento studiato apposta per escludere gli Ebrei e per estensione spesso anche altri gruppi “non ariani”, dalla maggior parte delle organizzazioni, da molte professioni e da altri aspetti della vita pubblica.

Nell’aprile del 1933, la legge tedesca limita il numero di studenti ebrei che possono frequentare le scuole e le università. Nel corso dello stesso mese, altre leggi riducono fortemente le “attività ebraiche” nella professione medica e in quella legale. Leggi e decreti successivi limitarono il rimborso ai medici ebrei da parte delle assicurazioni sanitarie costituite con fondi pubblici. La città di Berlino proibisce agli avvocati ebrei e ai notai di lavorare su materie legali; il Ministro dell’Interno bavarese nega agli studenti ebrei l’ammissione alla facoltà di medicina.

Successivamente si vieta agli Ebrei di far parte dell’Associazione denominata “Deutsche Arbeitsfront” “Fronte del Lavoro”. L’appartenenza a tale associazione è però obbligatoria per gli operai e gli impiegati. Il decreto priva, di fatto, gli Ebrei della possibilità di trovare un impiego nel settore privato, e nega a chi è già impiegato di godere dei benefici degli altri iscritti.

Numerosi enti governativi a tutti i livelli cercano di escludere gli Ebrei dalla sfera economica della Germania e impediscono loro di guadagnarsi da vivere. Gli Ebrei poi verranno obbligati a dichiarare le loro entrate e le loro proprietà, sia in Germania che all’estero; ciò non costituisce che il primo passo verso la graduale espropriazione delle loro ricchezze materiali da parte dello Stato.