1 – Segregazione ed emigrazione

Leggi di Norimberga

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

I nazisti al potere e le leggi di Norimberga

Quando nel 1933 Hitler giunge al potere, ritiene fin da subito di dover attuare misure rigide e severe in difesa della razza tedesca.
Riprendendo le tesi dell’eugenetica pone come obiettivo principale del nazismo la costruzione del Reich “Judenfrei” ovvero “Libero dagli ebrei“.
Per “ripulire” la Germania dagli ebrei si pensa, almeno in questa prima fase, di costringerli ad emigrare. L’introduzione delle “Leggi di Norimberga e di altri provvedimenti legislativi sempre più oppressivi, rende loro intollerabili le condizioni di vita spingendoli verso un esodo definitivo all’estero. Il bilancio di questa fase non è tuttavia un grande successo.
Dei 520.000 ebrei tedeschi che vivono in Germania nel 1933, ne rimangono 350.000 nel 1938, ma in quello stesso anno con l’annessione dell’Austria i nazisti si trovano a dover considerare anche il destino dei 190.000 ebrei austriaci.
Riuscire a far emigrare altri 540.000 ebrei appare impresa impossibile.
E’ ormai chiaro che ogni espansione della Germania nazista avrebbe aumentato il numero degli ebrei da far emigrare.

Leggi di Norimberga
Questa illustrazione razzista del 1938 confronta la “gioventù tedesca” con la “gioventù ebraica”. In rosso: “Dal viso parla l’anima della razza”. Proviene dal testo di Alfred Vogel “Eredità e igiene razziale”. I nazisti usavano teorie razziste per etichettare gruppi di persone come inferiori e come “nemici”, sostenendo che le razze “superiori” non avevano solo il diritto, ma l’obbligo di sottomettere e persino sterminare quelle “inferiori”.

Operazione “Madagascar”

Nel frattempo le altre nazioni straniere non sono in grado o non vogliono assorbire l’ondata di emigrazione ebraica proveniente dal Reich e scaturita dalle “Leggi di Norimberga”. La soluzione “emigrazione” alla vigilia della seconda guerra mondiale appare sostanzialmente fallita.
Si fa così strada l’idea di trasferire forzatamente in un luogo distante gli ebrei tedeschi. Il luogo prescelto è individuato nell’isola di Madagascar, all’epoca colonia francese. Per rendere possibile il piano, è necessario sottoscrivere un accordo diplomatico con la Francia, ma nonostante i numerosi colloqui non si raggiunge mai alcun risultato positivo.
Con l’avvio della guerra e la sconfitta della Francia torna in auge il progetto “Madagascar”.
A complicare la realizzazione del progetto è però la resistenza della Gran Bretagna e la nuova mutata situazione del 1940. Infatti ai 520.000 ebrei tedeschi, vanno aggiunti anche gli ebrei residenti nelle nazioni sottomesse al Reich. Ad esempio i soli ebrei polacchi sono più di 3.000.000 di persone.

Necessitano nuove soluzioni

Dal diario personale di Gerhard Engel, ufficiale in servizio come aiutante del Führer, sappiamo che Hitler ha ancora in testa l’idea dell’emigrazione forzata, pur ammettendo di aver affrontato il problema pensando soltanto agli ebrei residenti nel Reich.
Bisogna quindi riprendere in mano la questione del Madagascar con i francesi. Martin Bormann, suo segretario personale, fa presente ad Hitler che la presenza della flotta inglese lungo la via di navigazione rappresenta un grande ostacolo al trasporto di così tanti ebrei verso l’isola. Il Führer deve ammettere di non essere disposto ad esporre i marinai tedeschi ai siluri inglesi.

L’applicazione delle “Leggi di Norimberga” e di tutti gli altri provvedimenti legislativi hanno ormai tolto tutti i diritti civili agli ebrei. Giunti a questo punto “l’influenza ebraica deve essere eliminata da tutti i territori sotto il controllo del Reich” e Hitler deve pensare a nuove soluzioni.

Immagine di copertina: Una coppia di sposi, lei tedesca e lui ebreo, viene umiliata pubblicamente a Cuxhaven, città della Bassa Sassonia. I nazisti li hanno obbligati ad appendersi al collo dei cartelli fortemente offensivi: la punizione serviva a scoraggiare le unioni tra “ariani” ed ebrei.

La Shoah in breve